Angelo Vismara racconta la guerra di un prigioniero
«Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta.
Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.
Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».
Sono queste le parole del proclama Badoglio che, dai microfoni dell’Eiar, l’8 settembre 1943 annunciarono l’armistizio tra l’Italia e le forze alleate durante la seconda guerra mondiale. Per ricordare questa data riportiamo la storia di Angelo Vismara che partecipò alla guerra essendo prigioniero per molto tempo ma che non impugnò mai le armi.
È un pomeriggio di maggio, più precisamente la vigilia del 93esimo compleanno di Angelo Vismara. Novantatré anni di vita e di racconti, racchiusi in un uomo piccolo ma con spalle che hanno retto una lunga vita. Pezzi di Storia (con la esse maiuscola) che, nella lunga chiacchierata con lui su un divano del suo paese natale, Barzanò (in provincia di Lecco), appaiono a tratti sfuocati, a tratti nitidi come se fossero avvenuti pochi minuti prima.
La storia di Angelo Vismara inizia nel 1937, quando viene chiamato a prestare il servizio militare a Trieste. Svolge delle esercitazioni per quaranta giorni a San Pietro del Carso, e al termine del corso parte per trascorrere dieci giorni a Civitavecchia.
Inizia la guerra e Angelo Vismara viene mandato in Grecia ma per poco tempo: la sua campagna militare prosegue a Gela, in Sicilia, dove rimane per 23 mesi. Quando gli alleati sbarcano sulle coste italiane i ricordi di Angelo Vismara si fanno più vivi: «Una sera gli americani hanno attaccato la nostra base – ha raccontato – hanno urlato “alzate le mani” e hanno iniziato a sparare. Molti soldati sono morti, tutti gridavano… io sono stato colpito a una spalla e mi sono nascosto in un angolo. Con altri due soldati sopravvissuti sono scappato e abbiamo trovato rifugio in una casa di contadini dove abbiamo bevuto il vino».
Angiolino, come lo chiamano in famiglia, è stato poi catturato dagli alleati. «Quando ci hanno portato verso la nave – ha spiegato – siamo passati per le strade siciliane e da una finestra è stato gettato un quadro di Mussolini. Gli inglesi ci hanno obbligato a schiacciarlo».
Angelo Vismara è stato portato nel porto e, dopo aver camminato un po’ nell’acqua, ha raggiunto uno zatterone che lo ha portato con tutti i prigionieri su una nave. «Erano le 6 di sera ed era tutto silenzio, almeno fino alle 10 quando hanno iniziato a bombardarci. Io ero nel letto e ho deciso di non salire in coperta. Mi son detto: “se muoio, muoio qui”».
La mattina la nave è partita per Biserta (La più grande città della Tunisia, 65 km a nord di Tunisi), qui a Costantina, una cittadina dell’Algeria nordorientale. Gli alleati chiesero ai prigionieri chi voleva cooperare e Angelo Vismara accettò, lavorando alla realizzazione di strade, caserme e capannoni, per circa otto mesi. Finito il periodo in Algeria, una nave lo portò in Scozia, dopo 28 giorni di viaggio.
«Al nostro arrivo abbiamo visto un manifesto. Io non sapevo leggere in inglese ma un ragazzo che era con me mi ha tradotto la scritta: 20 mila prigionieri italiani per lavori bellici». La prigionia di Angiolino è durata più di 23 mesi ma lui, incapace di provare rancore, non parla di quel periodo come giorni di sofferenza. «Non ho sofferto la fame – ha ripetuto più volte durante il suo racconto – noi cooperatori lavoravamo in una zona industriale con 220 capannoni enormi dentro cui passava ferrovia. Qui arrivavano vagoni di munizioni da caricare e scaricare. Avevamo anche un giorno libero, in cui prendevamo la bicicletta e andavamo al cinema».
Angelo Vismara non aveva notizie dai suoi parenti; le poche notizie dall’Italia arrivavano attraverso la televisione: «Ho avuto notizie di quando i fascisti sono passati dal nostro provinciale. Li hanno presi a Dongo e noi l’abbiamo saputo attraverso la televisione. Quando abbiamo visto le immagini di piazza Loreto gli inglesi ci hanno insultato dicendo che era una cosa incivile impiccare dei morti».
La guerra di Angiolino senza armi, ma di prigioniero a servizio degli alleati, finisce qualche mese dopo del 25 aprile 1945. Tornato a casa riprende la vita della tranquilla Brianza, lavorando come lavapiatti a Milano.



















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