FOTOGRAFIA: La forza dell’immagine
20 agosto 2008
Pubblicato da Ilaria Brusadelli
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Ma è proprio in questa tendenza dell’immagine a divenire “simbolica” che si pone inevitabilmente il problema di capire quale sia il vero legame che unisce l’immagine all’evento che rappresenta. L’immagine fotografica è, tra i documenti, il più “ingannevole” per quel carattere di verosimiglianza che essa mantiene in ogni sua parte e per la capacità di narrare che conserva comunque. La fotografia cioè, a differenza degli altri documenti tradizionali, può essere ritagliata, ridotta ai minimi termini, ma permarrà in essa una parvenza di realtà. Si potrà addirittura sostituire la documentazione di un evento con la ricostruzione, o viceversa, senza che ciò sia facilmente percepibile, creando anzi seri problemi di lettura critica dei materiali. Questo anche perché creare un’immagine significa stabilire immediatamente un complesso processo di interazione tra autore e fruitore di quell’immagine, con la mediazione del contesto. Per quanto riguarda l’autore dell’immagine (o delle immagini) convengono nella realizzazione del suo prodotto gli intenti specifici individuali (mediati da influenze sociali, culturali, estetiche, da esperienze e motivazioni personali ecc.); le caratteristiche del mezzo tecnico; le caratteristiche dell’oggetto o degli oggetti (capacità di riflessione della luce, grandezza, movimento, ecc.); gli aspetti situazionali relativi alla produzione dell’immagine (occasione, situazioni ambientali); gli aspetti situazionali relativi alla diffusione/socializzazione delle immagini (mostra, giornale, libro, ecc.). Il fruitore a sua volta interviene nell’interazione
L’immagine può essere valutata correttamente soltanto se si tengono nella dovuta considerazione i termini contestuali, e possibilmente motivazionali, entro cui si realizza.
La fotografia ha sempre oscillato tra apparenza di realtà e immaginario: con la riproducibilità delle immagini la fotografia crea una realtà autonoma e parallela a quella vera, che è sempre irriproducibile e deteriorabile. Per cui l’originale svanisce, ma la riproduzione fotografica resta.
La storiografia contemporanea è ormai concorde nell’affermare che l’immagine, sia fissa che in movimento, non ci restituisce una copia della realtà ma è un prodotto di significato autonomo: il fotografo o il cineoperatore che isolano nel proprio mirino una persona, un oggetto, un’inquadratura, li mettono in rilievo e segnalano che sono degni di attenzione. Il documento ci rivela quello che l’osservatore ha notato e quello che ha voluto comunicare.
La storia della fotografia potrebbe essere letta come la storia della lotta tra due differenti imperativi: quello di abbellire, proveniente dalle belle arti, e quello di dire la verità, misurabile non solo in base a una nozione di verità prescindente da qualsiasi valore, derivata dalle scienze, ma secondo un ideale moralistico, tratto da modelli letterari ottocenteschi e dalla professione (allora) nuova del giornalismo indipendente.
Come il romanziere post-romantico, il fotografo era tenuto a smascherare l’ipocrisia e a combattere l’ignoranza. Questo ruolo fondamentale verrà completamente evidenziato dai fotoreporter che documentarono la Guerra Civile spagnola (1936 –1939).
Oggi, molto più che in passato, l’informazione è diventata l’arma più importante di una guerra, perché il consenso dell’opinione pubblica è ormai lo strumento essenziale in qualsiasi operazione bellica. I governi e i comandanti militari l’hanno imparato: dopo il Vietnam, ogni guerra è stata un passo in avanti nel tentativo di mettere la museruola ai giornalisti impegnati in prima linea. Il Golfo, la Jugoslavia, l’Afghanistan si sono rivelate le tappe successive di un processo organico che cela l’intento della censura dietro l’offerta allettante di una lettura preconfezionata della cronaca del conflitto. Invece che aggiungersi alla testimonianza diretta del giornalista, le nuove tecnologie elettroniche sono andate sostituendola, creando l’illusione di una documentazione oggettiva, inattaccabile.
Il cinema, la letteratura, l’immaginario popolare hanno circondato il corrispondente di guerra di un’aura mitologica che ignora, o comunque tradisce, la realtà: il reporter che va in guerra non è mai un eroe, è soltanto un uomo che ha paura, e che odia la guerra, ma trae forza dalla consapevolezza del ruolo che sta interpretando. In tutto ciò il reporter di guerra è comunque solo, un lupo solitario responsabile delle proprie scelte, oggi come un secolo fa.
Negli ultimi dieci anni sono stati ammazzati innumerevoli reporter: Ilaria Alpi, Maria Grazia Cutuli, Raffaele Ciriello, Miran Hrovatin, Claudio Palmisano sono soltanto alcuni nomi di un elenco senza fine. Com’è senza fine il dovere del giornalista di essere testimone diretto, e credibile, del racconto della realtà. Anche a costo della vita.
Da quando internet e le innumerevoli innovazioni nel campo della tecnica hanno reso impossibile il controllo delle fonti e il mondo del giornalismo si è messo a flirtare con quello dello spettacolo, si rischia che l’idea di realtà che ci facciamo coincida con l’idea stessa che i media amano farsi della realtà. Le foto false dei soldati inglesi intenti a torturare un prigioniero iracheno sono costate le dimissioni del direttore del tabloid “Daily Mirror”.
Le immagini false pubblicate dal Daily Mirror
Sembrava un caso isolato e invece anche Marty Baron, direttore del quotidiano americano “Boston Globe”, è stato costretto a scusarsi con i lettori per una foto che raffigurava violenze ai prigionieri perché i torturatori ma non erano militari Usa, bensì attori porno ungheresi. I siti web sono pieni di foto false spacciate come autentiche; anzi, oggi non si sente neanche più il bisogno di questa elementare distinzione. Oggi fuggiamo l’orrore vero (le decapitazioni, gli sgozzamenti) e gli preferiamo l’orrore costruito, falso, taroccato. Così è più accettabile, meno spaventoso.
L’importanza della fotografia non risiede soltanto nel fatto che è una creazione, ma soprattutto nel fatto che è uno dei mezzi più efficaci per plasmare le nostre idee e influire sul nostro comportamento, uno dei mezzi più potenti di propaganda e manipolazione. L’introduzione della fotografia nei giornali è un fenomeno di fondamentale importanza perché cambia la visione delle masse divenendo una finestra che si apre sul mondo. La parola scritta è astratta, ma l’immagine è il riflesso concreto del mondo in cui ciascuno vive.



















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