Giuliana, Egidia e le Primavere Arabe
Due donne, due punti di riferimento per l’informazione che quotidianamente ci viene negata. Giuliana Sgrena, una delle poche voci che non si sono mai accontentate di raccontare i conflitti dal balcone di un hotel ed Egidia Beretta, che con la sua opera di informazione e sensibilizzazione prosegue, da qui, quello che Vittorio ha fatto da Gaza.
Due voci sulle Primavere Arabe, due sguardi che hanno visto e vissuto tanto… e che emozionano a tal punto da non poter essere descritti in poche righe. Due esempi di coraggio e di impegno, due Donne con la “D” maiuscola allo stesso tavolo, a cui lo scorso 19 aprile abbiamo avuto l’onore di sedere.
Giuliana, lo scorso anno abbiamo seguito la “Primavera Araba”. Oggi la situazione in molti Paesi che sono stati interessati da questa ondata appare tuttavia molto caotica. Si tratta, secondo te, di un vero movimento per la democrazia, oppure si corre il rischio di vederlo sfumare nella nascita di nuovi regimi?
Più che di “Primavera Araba” bisognerebbe parlare di “Primavere Arabe”. Si tratta infatti di movimenti molto diversi fra loro, sia per come sono nati, sia per l’evoluzione che hanno avuto. Fra le grandi differenze la prima divisione da fare è tra quelle che sono state rivolte non violente e quelle che sono state invece militarizzate, come ad esempio quella libica.
Quella libica non è stata solo una rivolta armata, è stata proprio militarizzata, cosa secondo me estremamente negativa perché anche se avesse avuto successo, cosa che non è avvenuta, il fatto di militarizzare una rivolta significa l’imposizione forzata di un certo volere alla tua stessa popolazione.
A parte l’abbattimento del regime, la rivolta libica non inoltre avuto sul territorio la stessa evoluzione che c’è stata negli altri Paesi.
Molto diverse sono state le esperienze della Tunisia e dell’Egitto, per certi versi simili, anche se con un’evoluzione differente. Quella tunisina si può chiamare “rivoluzione” come loro la chiamano: è stata una rivoluzione non violenta, ma comunque ha portato all’abbattimento di una dittatura in meno di un mese, cosa assolutamente inimmaginabile prima, ed è stato un movimento non solo non violento, ma che teorizzava la non-violenza e io credo che questa sia l’unica strada percorribile per un vero cambiamento della situazione e a una rivoluzione in senso democratico.
È stata una rivolta senza alcuna ideologia dietro, nessun leader politico, nessuna struttura organizzata se non strutture di tipo sindacale: in Tunisia il punto di riferimento è stato il sindacato Unione Generale dei Lavoratori Tunisini, che aveva una presenza capillare sul territorio.
Ed ora, come vedi il futuro per il Nord Africa?
Io sono piuttosto pessimista sull’Egitto, mentre sono abbastanza ottimista sul futuro della Tunisia, anche se ci vorrà molto tempo. Non sarà un processo facile perché oltre ai cambiamenti politici ci sono molti cambiamenti cultuali e molte forze controrivoluzionarie che ostacolano questo nuovo ordine e che hanno supporto anche dall’estero.
Egidia, Vittorio è stato un esempio di informazione “vera”, che ha raccontato Gaza a partire “dal basso”, dalla popolo, dai giovani…
Vittorio aveva vissuto, a suo modo, anche queste rivoluzioni arabe. Quando scoppiò la rivoluzione in Egitto, anche a Gaza ascoltavano, sentivano, cercavano di vivere questa forma nuova di ricerca di libertà. Il 15 marzo anche a Gaza ci fu la piazza Tahrir e ci fu questo passaparola tra i giovani, studenti universitari, che si radunavano per vedere cosa si potesse fare anche a Gaza. Lì la libertà, libertà di espressione, libertà di incontrarsi, non è certo all’ordine del giorno. Quando le cose sembravano andare bene li hanno fatto sgombrare e allora i ragazzi hanno deciso di recarsi all’università, ma la polizia ha distrutto le loro tende e li ha obbligati ad andarsene, picchiando e arrestando molti di loro. Anche in quel caso Vittorio non esitò a prendere la penna in mano e a raccontare quanto stava accadendo.
di Marco Besana
Leggi anche:




















Lascia un commento!