Home » ALGO MÁS, ESTERO, ITALIA, News

Il fenomeno migratorio in Italia: quali ostacoli all’integrazione?

24 novembre 2010 Pubblicato da Pietro Crippa 2 commenti

Vi segnaliamo di seguito l’ultimo articolo tratto da www.ilfaromag.com riguardante il fenomeno dell’immigrazione.

Dopo esserci fatti un’idea riguardo ai dati demografici (vedi: un po’ di numeri) e all’identità – se mai se ne possa fissare una – dell’ “extracomunitario” (vedi: immigrati, chi sono?) giungiamo oggi alla terza delle quattro tappe cha stanno scandendo il nostro percorso attraverso il fenomeno migratorio lungo lo Stivale. Domandiamoci dunque: quali problemi impediscono una più serena ed efficace convivenza con l’ “altro”?

L’INESISTENZA DI UN MODELLO DI INTEGRAZIONE
Secondo Graziella Favaro, insegnate di italiano agli stranieri e autrice di alcuni volumi in merito, in Italia non esiste alcun modello di integrazione. Non vi è, in altre parole, alcuna procedura sociale, economica o educativa legalmente riconosciuta alla quale attenersi per gestire il flusso migratorio attraverso norme fissate una volta per tutte in grado di tutelare entrambe le parti in gioco. Non c’è alcuna regolamentazione generale alla quale fare riferimento. Si viaggia, invece, sull’occasionalità del singolo caso, attuando una sorta di legislazione locale a seconda delle situazioni.

L’ultimo documento riguardo all’immigrazione è stato emesso nel 2006. Nonostante richiedesse una revisione triennale, finora non è mai stato toccato e lo Stato ha trasferito la responsabilità di gran parte delle decisioni alle singole regioni o province. Si va a creare una situazione in cui ogni regione o provincia esercita a propria discrezione ciò che crede sia giusto nei confronti degli immigrati, fino ad arrivare a situazioni nelle quali la scuola elementare in Via Manzoni presenta una certa accoglienza e quella in Via Pirandello tutt’altra.

Tale localizzazione dei diritti se, da una parte, permette una certa elasticità e una maggiore capacità di adattamento in relazione alle singole situazioni, sempre diverse le une dalle altre; dall’altra, tale libertà fai-da-te, sfocia spesso nel tristemente famoso schema conoscenze – corruzione – criminalità.

PER UNA MAGGIORE COLLABORAZIONE
Se non esiste un organo o una legge Statale alla quale appellarsi, l’affermazione sociale non può che passare attraverso le tanto vergognose quanto sempre più diffuse maglie del clientelismo. Tutto ciò favorisce, da parte dell’immigrato, il ricorso alla corruzione come mezzo per ottenere benefici da questo o quel magistrato. Da qui, il passo alla criminalità è breve.

Se è vero che l’Italia non ha avuto la “fortuna”, come invece altri Paesi europei, di aver avuto del tempo per adattarsi al flusso migratorio (solo in questi anni la situazione di sta acquietando, anche grazie alla crisi economica) e che una legge generale può risultare di ardua realizzazione e forse effettivamente troppo immobilizzante una situazione che assume, di volta in volta, sfaccettature tra le più varie e impensabili, ciò che la Favaro comunque si sente di auspicare è una maggiore collaborazione tra enti statali ed enti locali. Nessuna rivoluzione dunque, solo un più stretto scambio di idee, aiuti e aggiornamenti tra le varie realtà che, ogni giorno, si trovano ad affrontare questioni relative all’immigrazione.

EDUCAZIONE, ISTRUZIONE O ENTRAMBE?
Altra questione troppo spesso ignorata: non ci si accorge di come il fenomeno migratorio e la presenza di persone straniere sul territorio sia in evoluzione. Mi spiego con un esempio. Col passare degli anni è in aumento la percentuale di bambini nati in Italia da immigrati rispetto al numero totale di stranieri presenti sul territorio. Ciò comporta una diminuzione del problema linguistico e lo spostamento dell’attenzione verso altri parametri, quale quello dell’educazione interculturale.

Ciò che invece sembra preoccupare in maniera febbrile le scuole e i ministeri resta, nonostante la semplice constatazione appena fatta, assicurarsi che questi bambini sappiano l’italiano. Certo, è vero che per poter interagire (agire insieme) bisogna integrarsi (condividere almeno la stessa lingua, gli stessi intenti…), ma in Italia sono ancora diffuse assurdità quali per esempio credere che se in famiglia si parla l’arabo si avrà più difficoltà a imparare l’italiano o che la scuola deve portare, anzitutto, al successo formativo, riempiendo la testa dei ragazzi di nozioni didattiche e saltando a piè pari l’aspetto educativo (in proposito si veda: da riscrivere).

A proposito dell’istruzione si può fare un discorso a parte. E’ doveroso ammettere che la scuola sta vivendo questo processo di integrazione, già di per sé problematico, in un momento di grande confusione della scuola stessa. Senza contare che essa risente del clima sociale, delle parole che i media spendono nei confronti degli immigrati e che gli insegnanti ritrovano nelle parole dei propri alunni.

C’era una generosità civile nella scuola pubblica, gratuita, che permetteva a uno come me di imparare… L’istruzione dava importanza a noi poveri. I ricchi si sarebbero istruiti comunque. La scuola dava peso a chi non ne aveva, faceva uguaglianza. Non aboliva la misera, però tra le sue mura permetteva il pari. Il dispari cominciava fuori.

Così scriveva Erri De Luca. Questa cosa oggi accade di meno! E’ un peccato perché la scolarità di origine dei bambini immigrati (maggiori di 10 anni) è buona o comunque adeguata. I genitori extracomunitari, inoltre, ci tengono moltissimo all’istruzione dei figli, per la quale spendono la maggior parte delle energie e del guadagno.

PATTI, DELEGHE E MISURE TAMPONE
In conclusione, si potrebbero riassumere schematicamente i tre i modi con i quali le singole città solitamente agiscono per far fronte a queste difficoltà nel modo seguente:

1) Patto integrativo: si organizzano incontri nelle scuole, riunioni con i genitori, discussioni, provvedimenti, ecc. Si cerca di prevenire l’insorgere stesso del problema, formando se stessi e gli altri.
2) Delega: l’ente locale mette a disposizione risorse economiche e umane, ma solo su richiesta, senza inserirle in un programma vero e proprio, con il forte rischio di non sfruttare ciò che di buono c’è. Le risorse, scarse o molte che siano, vengono impiegate solo se il singolo ente ne fa domanda, lasciando a esso la responsabilità della scelta.
3) Misure tampone: si interviene solo una volta fatto il danno. Quando i giornali, la TV o il vicino di casa lamentano “estremismi”, “fastidi” e affini, l’ente di competenza (?) attiva un procedimento occlusivo, spesso ignorando le cause sociali, religiose e culturali alla base del comportamento in questione.

In Italia si opera, da Nord a Sud, attraverso uno di questi tre modi e con gli infiniti gradi intermedi a essi. La scelta, come abbiamo visto, è spesso a totale discrezione dell’ente locale, più meno grande che sia, con tutti i pro e i contra del caso.

Pietro Crippa

Clicca e condividi!
  • Print
  • Facebook
  • Twitter
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • LinkedIn
  • RSS

2 commenti »

  • CARLO dice:

    Noi italiani dovremmo ribellarci, il nostro paese già ha troppi problemi, visto che solo metà dell’italia lavora davvero, non possiamo sobbarcarci anche il problema degli immigrati.

  • Pietro Crippa (author) dice:

    Pienamente d’accordo. Dobbiamo ribellarci. Magari seguendo i consigli offertici dagli spot di dentifrici: prevenire è meglio che curare.

    Ribellarci, per esempio, ai motivi per i quali la maggior parte di queste persone viene qui, abbandonando casa, famiglia, amici. Gli stessi che poche decine di anni fa hanno spinto migliaia di italiani a partire per l’America prendendosi, a loro volta, degli “sporchi, ignoranti e pericolosi”.

    Gli stessi che sono stati provocati da coloro che, oggi, dopo aver stretto patti commerciali con leader dal temperamento perlomeno discutibile e aver preso parte a conflitti mascherandoli da missioni di pace, sbandierano ai quattro venti il seguente motto:
    “Aiutiamoli sì, ma a casa loro!”.
    Mai enunciato fu più giusto! Ma che sia fatto.

Lascia un commento!

Aggiungi il tuo commento sotto o trackback dal tuo sito. Puoi seguire i commenti via RSS.

Puoi usare questi tag:
<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>