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Lezioni di democrazia: cosa possono imparare gli altri Stati africani dal Senegal?

27 marzo 2012 Pubblicato da Pietro Crippa Nessun commento

Da Domenica scorsa il Senegal ha un nuovo presidente. Il capo dello Stato uscente, Abdoulaye Wade, è stato sconfitto da Macky Sall, un geologo cinquantenne, in quella che da diversi quotidiani internazionali è già stata definita come “una grande vittoria per la democrazia” in Africa.

Ma con queste parole non si vogliono tessere le lodi del nuovo leader – che resta pur sempre un “politico plasmato da Wade” come dice Marie-Joseph Niandio, una delle tante signore intervistate dalla BBC – bensì sottolineare come la popolazione ha vissuto le ultime settimane della sfida politica.

Nonostante i sei morti durante i mesi di campagna elettorale e  i timori diffusi per possibili manovre di manipolazione del ballottaggio e per eventuali focolai di violenza, da ieri, il Senegal si è dimostrato decine di anni più avanti rispetto alla maggior parte dei Paesi dell’Africa Occidentale.

Anche se ad alcuni giovani manifestanti piace parlare di una “primavera senegalese”, in periodo pre-elettorale i cortei non hanno mai raggiunto ciò che si è visto durante le rivoluzioni arabe dello scorso anno.
La verità è che dal primo turno del mese di febbraio, la disciplina dei manifestanti è stata sensazionale e ora, a giochi fatti, le strade di Dakar continuano a essere solo cori e striscioni.

Tra i giovani votanti, un' "arma potentissima: il voto"

Tutto intorno, però, non si può certo dire lo stesso.

Solo tre giorni prima, in Mali, l’esercito ha preso il potere con un golpe. Costituzione sospesa (e quindi anche i diritti individuali), soldati in armi per le strade, aeroporto della capitale bloccato, esponenti del deposto governo in stato di detenzione.

Caos al Sud, in Guinea-Bissau: il candidato dell’opposizione Kumba Yala invita il popolo a boicottare le elezioni. Si sospetta una frode al primo turno in un Paese che da anni vede un susseguirsi di colpi di stato militari, dove l’esercito rimane l’organo più potente e dove i trafficanti di droga dell’America Latina trovano una vera e propria miniera d’oro.

Infine, a Est, la Costa d’Avorio prova lentamente a ricostruirsi dopo mesi di violenze seguite alle elezioni del dicembre 2010. L’allora presidente Laurent Gbagbo rifiutò il risultato elettorale che lo vedeva sconfitto e, dopo aver impedito alle TV locali di trasmettere l’esito delle urne, strappò in diretta televisiva il documento con i risultati. La crisi pare vada concludendosi solo dopo 3mila morti e con l’intervento delle truppe dalla Francia e dalle Nazioni Unite.

di Pietro Crippa

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