Ricordarsi del Rock fa sempre bene
Massimo Cotto ha pubblicato nel 2007 “Everybody’s talking”, 50 interviste alle Leggende del Rock. Giornalista professionista e direttore di alcune importanti riviste musicali, riesce a ricordarci con la semplice introduzione della sua raccolta, che il rock scorre nel nostro sangue, anche di chi ancora non lo sa. Interviste illuminanti che spaziano da Roger Waters a Nick Cave, da Madonna ai Radiohead, da Cohen a Ray Charles, da Yoko Ono a Joan Baez.
Una raccolta ricca e viva di emozioni quasi tangibili, tantissimi gli aneddoti svelati, uno su tutti la mia scoperta folgorante sul primo incontro tra Robert Plant e Jim Morrison:
Ci ritroviamo seduti uno vicino all’altro. Mi guarda. Lo guardo. Mi chiede: “Che cosa fai nella vita?” “Sono un cantante” “Ah, e che genere di musica fai?” Rispondo: “mah, un rock che deriva dal blues, la mia band si chiama Led Zeppelin”. E lui: “Mai sentita”. Lo guardo negli occhi e ho la conferma che mente. Nessuno che facesse musica in quegli anni poteva dire di non conoscere i Led Zeppelin. Ora è il mio turno di giocare. “E tu cosa fai?” domando. Jim risponde: “oh io sono un poeta”. E io: “Ah, anch’io lo ero. Poi, ho avuto successo”.
“Everybody’s talking” - Introduzione di Massimo cotto: Un sogno. Una fotografia in bianco e nero. Un canto lontano. Sembra ieri e sono scivolati via più di cinquant’anni. E il rock, il Nuovo Suono che secondo alcuno sarebbe durato lo spazio di una malattia infettiva – via le croste e la febbre, torna la salute – è ancora qui. Innegabilmente cambiato, profondamente diverso. Ma ancora qui.
Fotogrammi sempre vivi, pellicole di ribellione. Basta un’immagine e si materializza l’onirico. Il ciuffo impomatato di Billy Haley.
Il rotear di bacino di Elvis. Le blue suede shoes di Cari Perkins. La linguaccia degli Stones. Il sottomarino dei Beatles. Il cappello sdrucito di Dylan. La lucertola di Jim. Le collane di Janis. La chitarra di Hendrix che brucia, quella di Townshend che si sfascia. I baffi di Zappa. La banana dei Velvet. L’acido di Garcia, Morto Riconoscente. Gli spilloni delle Pistole del Sesso. La Ganja di Marley. La bandana di Bruce. Gli occhi di Axl. Gli occhiali di Bono. I capelli di Kurt. Lo sguardo perso nell’hallelujah di Jeff. Il muro dei Floyd. La ruggine di Neil. In ordine sparso, tessere impazzite di un solo mosaico dove ognuno può aggiungere un tassello, un pezzo del sogno di tutti. Perché la grandezza del rock sta nell’aver trasmesso geneticamente lo stesso sogno, patrimonio terribile e dolce di utopie e canzoni.
Nei Cinquanta era ribellione più di pensiero che di sostanza, più di mente che di braccia, era il grido di una nascente cultura giovanile che aveva finalmente qualcosa e qualcuno in cui identificarsi – un suono e degli eroi – in contrapposizione al mondo adulto.
Nei Sessanta era la convinzione che il rock potesse essere il centro di una controcultura che avrebbe cambiato il mondo, motore di ricerca di un nuovo universo che si formava nei campus delle università in rivolta e negli atolli californiani bruciati dall’Estate dell’Amore.
Nei Settata era la furia iconoclasta del punk che non riconosceva passato né futuro, ma solo il presente, perché mirava a cristallizzare l’atomo distruggendo la materia.
Negli Ottanta era l’illusione che il rock, dopo tanta ribellione contro, potesse giocare le sue carte anche “per”, combattendo la fame in Africa e nel mondo, integrando le cultura nel Mondo Vero di Peter Gabriel.
Nei Novanta era il nichilismo disperato del grunge alla ricerca del Nirvana, rivoluzione solitaria e dolcemente, terribilmente, meravigliosamente autodistruttiva.
Nel Duemila è il grido disperato di chi si oppone con la spada ai mulini a vento del pop preconfezionato e sotto vuoto spinto.
Poco importa che la rivoluzione di Elvis sia soffocata in un cheeseburger, l’utopia generazionale di Woodstock morta ad Almont, la grandezza delle tre J (JimJamesJanis) bucata da un ago sbagliato, la rabbia del punk riavvolta come nastro su se stesso (“I fought the lae and I lost” cantava Joe Strummer verso la fine), il trofeo del raggae rubato subito dopo il trionfo a San Siro, il canto dolente di Cobain intossicato dal fumo di un’arma da fuoco. Non conta. Perché il sogno del rock, oggi, è continuare a sognare, nell’attesa di un altro Messia che rivesta di nuove pelli l’antica cerimonia.
È questa la grandezza del rock, la sua capacità di rinnovarsi e rinascere ogni volta. Basta togliere un po’ di polvere, passare lo strofinaccio e la superficie brilla come ieri, forse meglio di ieri, come il vino d’annata che invecchia nelle opportune bottiglie e straccia anche il miglior Novello.




















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