Sudan: la vita tra Khartoum e Juba tre mesi dopo
Si sono conclusi Domenica scorsa i primi colloqui diplomatici della storia tra Sudan e Sud Sudan. Quest’ultimo, d’altra parte, si è costituto solo tre mesi fa, ma nell’incontro tra Salva Kiir Mayardit, il presidente del neonato Paese, e Omar Hasan Ahmad al-Bashir, capo di Stato e di Governo a Khartoum, si è volato alto: risolvere i problemi tra i due Stati, questo l’obiettivo, trovando accordi sulla gestione del petrolio e sulle tensioni al confine.
Ma cosa è successo in Sudan dopo la perdita d’interesse dell’Occidente nei confronti di questo Paese una volta cessata l’onda mediatica dell’indipendenza del Sud, avvenuta il 9 luglio 2011? Vediamo.
Il Sud Sudan nasce dopo (anche se sarebbe meglio dire “durante”) una lunghissima guerra civile contro il Nord; conflitto esploso nel 1955 e costato due milioni di morti e oltre quattro milioni di sfollati. Nel Gennaio del 2011, attraverso un referendum stravinto dai voti favorevoli, i cittadini del Sud hanno deciso per l’indipendenza dal Nord.
Tanti gli interrogativi che oggi come allora generano tensioni tra i due Stati.
Per esempio la questione del Kordofan Meridionale, una regione di confine abitata, per la maggior parte, da una popolazione nera, cristiana o animista, che nelle guerre civili ha combattuto a fianco del Sud. Una regione che però, sulla carta resta ancora entro i confini gestiti da Khartoum e che, da mesi, ospita carri armati e milizie per tenere sotto controllo la situazione a colpi di cannone e mitra. Una regione a cui il Nord non può rinunciare: è l’area petrolifera più ricca che gli rimarrebbe dopo la secessione del sud.
Come di consueto, l’ambito di contesa privilegiato è di carattere economico. In questa zona vi è Abyei, un distretto dallo “speciale statuto amministrativo”, formalmente parte degli stati di Kordofan meridionale (Sudan) e, contemporanemante, di Bahr al-Ghazal settentrionale (Sudan del Sud). Qui, non solo vi è un concentrato di risorse petrolifere fuori dal comune: questi territori sono attraversati dal Grande Oleodotto del Nilo, arteria il cui controllo è fondamentale per accaparrarsi il diritto di legiferare attorno alle offerte locali ed estere.
Per la cronaca, il petrolio costituisce il 98% del PIL dei due stati, ma in entrambi vi è una scarsità enorme di benzina. Voci riferiscono che il Sud stia facendo scorte per un’eventuale ripresa (ripresa?) dei conflitti con il Nord.
Altra questione: la pulizia etnica. La comunità Nuer denuncia i Dinka – l’etnia a cui appartiene il presidente del Sud Kiir – di fare razzie e stragi sui monti in cui da sempre i Nuer risiedono. Emergono moti di protesta – anche violenta dato che i morti, da gennaio a oggi, sono più di 2.000 – contro l’SPLM/A, il Sudan People’s Liberation Movement/Army, il partito politico al potere a Juba, la capitale del Sud.
Contro i Dinka ci sarebbe anche la tribù dei Bari, preoccupata per il destino delle proprie terre nei pressi di Juba: le multinazionali straniere stanno comprando tutto e il governo è bendisposto a barattare la libertà di parte del proprio popolo con i capitali esteri.
Tutto questo senza dimenticare il conflitto in Darfur, l’immensa area Occidentale teatro di una guerra civile tra le più devastanti del pianeta.
Tra il Nord e il Sud del Sudan vi sono tremila chilometri di confine. Non desertici e nemmeno selvaggi, bensì densamente popolati. Vedremo se la vicinanza coltiverà i punti d’incontro o inasprirà le controversie. Buon lavoro presidenti, e non parlo solo di Kiir e al-Bashir.
di Pietro Crippa
Fonti: Peacereporter.net




















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