Home » ALGO MÁS, News

Zi! Zi! Zi!

1 maggio 2013 Pubblicato da Pietro Crippa Nessun commento

1° maggio 1976, Glifada, nei pressi di Atene. Ore: 1.58 del mattino. Una Fiat 132,  color verde mela, viene urtata da una Peugeut 504 grigio argento nei pressi della chiesa di San Demetrio. Alla guida delle due auto vi erano, rispettivamente, Alexandros Panagulis e Michele Steffas. La Primavera, come Panagulis chiamava la sua macchina, perde aderenza sull’asfalto bagnato e, dopo un volo di alcuni metri, si va a schiantare contro il muro di un garage.

“Mi dispiace solo di non avercela fatta”. Così cominciava l’ultimo pensiero trascritto da Alexandros Panagulis sul libro al quale stava lavorando da mesi, a Firenze, interrotto a pagina ventitre.

Ci ha provato in tutti i modi, Alekos, a farcela. A realizzare quella vera democrazia che tanto sognava, e per la quale non ha parlato sotto torture disumane, per la quale ha scontato quattro anni e nove mesi di carcere. Sì, quasi cinque anni di carcere per essere stato dalla parte della legge, lottando contro il governo militare dei Colonnelli: “la prima accusa, anche in ordine di importanza, è tentata sovversione allo Stato: articolo 509 del Codice Penale. E non è paradossale che a muoverla contro di me siano proprio coloro che il 21 Aprile 1967 infransero l’articolo 509? Chi dovrebbe stare dunque in questa gabbia? Io o loro? Qualsiasi cittadino con un po’ di cervello e un po’ di coglioni vi risponderebbe: loro. E aggiungerebbe ciò che ora aggiungo: diventando un fuorilegge, rifiutandomi di riconoscere l’autorità di un tiranno, io ho rispettato, e  non offeso, l’articolo 509”. Queste le parole che levò, chiare e decise, in tribunale, il 17 Novembre 1968, all’interno di un discorso ben più lungo e quanto mai lucido, razionale, sentito e diretto.

Condannato a morte, graziato senza aver chiesto la grazia, incarcerato, evaso, incarcerato di nuovo e di nuoco evaso, Alekos aveva dedicato la propria vita a una sola causa: la lotta politica contro il regime dittatoriale  dei Colonelli. Prima lo scontro avvenne direttamente, contro il potere al governo; poi, dal 1974, anno in cui furono indette le nuove elezioni democratiche, la battaglia perpetuò contro chi, di quel regime, occupava ancora posti di rilievo, attraverso ricerche archivistiche e tramite la visione di materiali top secret al fine di screditarli di fronte al popolo greco.

Politico, scrittore, rivoluzionario, poeta, eroe, fallito, frainteso. Credo che questi siano solo pochi degli infiniti epiteti che il mondo ha usato per descrivere Alekos. Eppure ce ne potrebbe essere uno che meglio di ogni altro sarebbe in grado di riassumerne l’essenza.

Rileggendo la sua vita, non è possibile restare indifferenti di fronte a una persona capace di sopportare torture fisiche e psichiche infinite, ma anche di premere il detonatore che avrebbe dovuto far saltare in aria l’auto del primo ministro; si rimane esterrefatti di fronte alla tenacia con la quale cercava – e realizzava – ogni stratagemma pur di evadere e riacquistare la libertà, così come si rimane senza parole quando si scopre che, per una sua sfuriata, il figlio che la sua compagna Oriana teneva in grembo smise di vivere.

Una vita dedicata alla resistenza. Resistere, resistere, resistere, contro tutto e contro tutti, anche quando non c’erano nemici, ma se sono proprio loro a farti essere quello che sei, ecco che spuntano da ogni parte, ora forgiandoti come eroe, ora come pazzo visionario, ora come cane rabbioso bisognoso di altri cani contro cui abbaiare.

Sarà per questo che era proprio difficile stargli vicino. Sarà per questo che Alekos è stato tradito anche da coloro che considerava fratelli. E così, al suo funerale –  la più grande manifestazione popolare della storia greca – la folla urlava “Zi! Zi! Zi! Vive! Vive! Vive!”. La folla che lo amava, la stessa folla che quando era in vita lo ignorava.

Forse è questo il prezzo da pagare quando si agisce senza pensare alle conseguenze, puntando dritti sull’obiettivo, sostenendo un’idea e difendendo ideali, nutrendosi di passione anziché di razionalità, pur avendo cervello da vendere. Forse è così che si diventa capaci di uccidere, ma anche di perdonare: “se in tempo di dittatura il tirannicidio è un dovere, in tempo di democrazia il perdono è una necessità. In tempo di democrazia la giustizia non si fa scavando le tombe”.

Forse è così quello che chiamano “uomo”.

di Pietro Crippa

Clicca e condividi!
  • Print
  • Facebook
  • Twitter
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • LinkedIn
  • RSS

Lascia un commento!

Aggiungi il tuo commento sotto o trackback dal tuo sito. Puoi seguire i commenti via RSS.

Puoi usare questi tag:
<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>