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A. M. Castelli: cantattrice per il mondo (parte1)
di Elisa Riboldi

Anna Maria Castelli è una cantattrice di origini napoletane, conosciuta e apprezzata anche all’estero. Attraverso un viaggio tra musica e recitazione, ci racconta delle sua arte e del suo vivere.

  • Anna Maria CastelliLei è una CANTATTRICE, come è nata per lei quest’arte? Come vive le emozioni di questa doppia intesa?
    Il canto e la recitazione per me hanno sempre viaggiato insieme. Fin dall’età di 5 anni quando, accompagnando mia madre dalla parrucchiera, le signore con i bigodini in testa mi chiedevano di cantare i brani di Sanremo (allora le canzoni erano un po’ più belle di adesso), la mia particolarità era quella di interpretare i brani, di farli miei e questo affascinava la platea. Il mio palco di allora era molto “popolare”, ma sicuramente ha contribuito non poco a far crescere in me queste due doti innate: non ho mai preferito l’una all’altra e sono sempre stata affascinata da tutto ciò che mi permettesse di esprimerle entrambe.
    La mia esperienza al riguardo più significativa è stata la rappresentazione in prima mondiale assoluta di un’opera inedita, l’Opéra du Pauvre, un’opera che Léo Ferré, grande poeta, filosofo e chansonnier francese, ha composto (testi e musiche) per tredici personaggi che dovevano però essere interpretati da un’unica voce. Così mi sono ritrovata sul palco della Congress Hall di Vilnius, con la più grande orchestra di stato lituana, la Lithuanian State Symphony Orchestra, a recitare e cantare per due ore un’opera di straordinaria bellezza. Dopo quell’esperienza ho capito che avrei potuto utilizzare ancora meglio queste due doti per creare un “discorso unico” dove i ruoli si intrecciassero e si inseguissero fluidamente trasformando ogni singolo recital in un’esperienza unica.
    Ogni volta che salgo sul palco tutto questo si trasforma nella sensazione di aprire un “canale” che, attraverso di me, trasporta la parola cantata e recitata all’ascoltatore, comprese tutte le emozioni che io provo mentre “sento” quelle parole e non le eseguo soltanto. Questo crea un “legame” con il pubblico che mi restituisce la somma delle mie emozioni e proprio questa risposta mi dà il sostegno per continuare nella mia ricerca. Credo ci sia una profonda differenza tra un esecutore ed un interprete, è una differenza sottile che però non può sfuggire a chi ascolta. Per questo insegno a diventare “cantattori” e non soltanto cantanti. Le belle voci ci sono, più o meno educate; ciò che manca è saper tenere l’attenzione del pubblico, è saper creare quel ponte emotivo che prende lo spettatore e non lo lascia andare fino alla fine dello spettacolo. Ma questo non si può apprendere solo dalle tecniche. Ci vuole un qualcosa in più, un qualcosa che risiede nella nostra anima.
  • Uno dei suoi progetti artistici si chiama R (ESISTERE). Questo titolo rimanda a più significati e forse a un certo impegno sociale; ce ne parla? Com’è nata l’idea?
    Anna Maria CastelliDiversi anni fa ho avuto l’occasione di presentare alcuni concerti in Finlandia. Durante la mia permanenza ho conosciuto un giovane docente italiano (avete presente quella grande “fuga di cervelli”, di cui si parla sempre tanto, dall’Italia all’estero? Ecco, uno di quelli), Prof. Dario Martinelli. Dario insegna semiotica e musicologia al Dipartimento dell’Università di Helsinki, tiene un numero incredibile di laboratori, collabora con altri Dipartimenti finlandesi ma, soprattutto, ama comporre testi e musiche di brani non propriamente “leggeri”.
    Uno dei miei concerti fu recensito da lui su una rivista letta da molti italiani che risiedono in Finlandia ma, soprattutto, da molti finlandesi innamorati della nostra lingua. Dario scrisse un articolo su di me intitolato: «Anna Maria Castelli, il concetto di arte cliccabile».
    A suo avviso infatti possedevo una versatilità tale da far immaginare tante icone che con un semplice clic aprivano una serie di finestre molto diverse l’una dall’altra ma che appartenevano ad un unico discorso. Da qui l’idea di comporre un concept-album che contenesse brani molto diversi ma che, come tanti abiti, fossero cuciti “su misura” per me.
    Io non avevo mai cantato prima di allora brani, per così dire, “pop” e questa sua idea all’inizio mi lasciò perplessa. Leggendo però i primi testi ho capito che affrontare certi argomenti era anche una mia urgenza di cui Dario si stava facendo solo propositore. Così all’interno di questo album si possono trovare storie d’amore finite, uomini e donne che si cercano ma non si troveranno mai, ma anche brani come Resistere, che guarda al fuori e al dentro di questa nostra società e, nel contempo, dell’individuo, esprimendo liberamente tutte le proprie perplessità. Possiamo trovare anche storie che parlano di realtà di cui preferiamo non tener conto come “Kimeo e Kasui”, ambientata a Nairobi, o “Respiri incomprensibili”, dedicata ai maltrattamenti agli animali….tutte storie, purtroppo, rigorosamente vere.
    Ma la storia di (R)esistere non si ferma qui. La sua grande forza sta nella grande carica energetica e umana che sta dietro a tutto il disco: la registrazione presso il Dipartimento di Musicologia dell’Università di Helsinki, che ci ha concesso tutte le sue apparecchiature più sofisticate, il lunghissimo e faticoso lavoro di arrangiamenti durato mesi del produttore, unico altro italiano, Paolo Bucciarelli, con la preziosa collaborazione di un altro bravissimo docente, il professor Sirppiniemi, l’intervento di tanti musicisti famosi di tutte le nazionalità che hanno gentilmente messo a nostra disposizione il proprio talento, l’editing ed il mastering del disco curato da tecnici di grande spessore canadesi, francesi, finlandesi, la realizzazione di tre splendidi videoclip…la percepite la grande energia che si muove anche soltanto a parlarne?
  • Qual è il compito di un artista? Cos’è l’arte?
    Per rispondere a questa domanda vorrei riportare una breve citazione da Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar: «La nostra vita è breve: parliamo continuamente dei secoli che hanno preceduto il nostro e di quelli che lo seguiranno, come se ci fossero totalmente estranei; li sfioravo, tuttavia, nei miei giochi di pietra: le mura che faccio puntellare sono ancora calde del contatto di corpi scomparsi; mani che non esistono ancora carezzeranno i fusti di queste colonne».
    Il passato ha lasciato le tracce del proprio tempo attraverso opere d’arte di inestimabile valore e di straordinaria bellezza, attraverso artisti indimenticabili. Un artista deve fare altrettanto: deve lasciare una traccia del proprio passaggio perché questa è la missione dalla quale l’artista non può prescindere. Per questo trovo fondamentale che un artista abbia il dovere di utilizzare il meglio di sé e dare il massimo di sé quando sale su un palco o quando crea un’opera perché quella è l’occasione che, insieme a tante altre occasioni, andrà a comporre il mosaico che deciderà, alla fine, quante anime avrà raggiunto e conquistato.
  • Cosa ci dice invece del progetto Tango: cosa rappresenta per lei questo tipo di arte, culturalmente e umanamente?
    Io sono figlia di emigranti che, a suo tempo, avevano scelto altre mete molto distanti da quelle sudamericane. Il sentimento però è sempre lo stesso. Difficilmente un emigrante torna alla sua terra, perlomeno non in quella di origine. Nel mio caso siamo rientrati in Italia ma in una città che non aveva niente a che fare con nessuno di noi.
    L’emigrazione è un tema fortemente legato al tango e forse è proprio per questo che quando ho avuto l’occasione di cantarlo la prima volta mi è sembrato di cantarlo da sempre. Hector Ulises Passarella, il grande bandoneonista uruguayo entrato nel cuore di molti di noi grazie alla sua struggente interpretazione del tema «Il Postino» con Massimo Troisi, mi chiese molti anni fa di interpretare alcuni brani. Non essendo molto preparata al riguardo e non potendo contare sul suo aiuto (uomo e musicista inflessibile), cercai di costruirmi una mia idea di tango cercando di ascoltare qualcosa dai grandi interpreti ma più per capire la melodia che non per “copiarne” l’interpretazione. Il primo che ascoltai fu Roberto Goyeneche, cosa abbastanza insolita visto che chiunque si avvicina all’ascolto di questo genere ascolta quasi sempre Carlos Gardel. Mi colpì lo straordinario potere evocativo che la sua voce e la sua interpretazione avevano. Volevo seguire quella strada che sentivo incredibilmente affine a me: volevo dipingere il tango, non volevo cantarlo con una bella voce, volevo colorarlo, soffrirlo, aiutarlo ad uscire, volevo essere il tango.

    Copertina Cd Anna Maria Castelli


    Era una sfida perché non ero ancora mai stata in Argentina ma scelsi i brani che mi emozionavano di più (ormai, dopo questi anni, ho scoperto che sono pochi quelli che non mi emozionano) e ho cominciato a cantarli non preoccupandomi dell’esecuzione ma di dare vita a quelle parole, di portarle con me.
    Non ho mai cambiato stile e questo mi ha permesso di cantare con i più grandi musicisti di tango, compreso Luis Bacalov (Premio Oscar per la composizione delle struggenti note di cui parlavo pocanzi), di potermi esibire a Buenos Aires, di poter ricevere commenti alla fine dei miei concerti da argentini che si emozionano perché magari l’interpretazione di Chiquilin de bachin li ha riportati alla loro infanzia o perché riascoltando le parole in modo così chiaro hanno scoperto cose nuove su un testo che ormai non ascoltavano più oppure mi vengono a salutare in spagnolo perché credono che io sia “dei loro”… un’esperienza umana straordinaria!

  • L'intervista a Anna Maria Castelli è stata molto lunga... quando qualcuno ha qualcosa da dire non crediamo sia il caso di "tagliare" l'intervista... per rendere più leggera la lettura, però, abbiamo diviso l'intervista in due parti. A breve pubblicheremo il seguito  in cui Anna Maria ci racconta chi è come donna

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